Pausa

Alt! Fermati un attimo! 

Sto disperatamente cercando un qualche interruttore che spenga la potente macchina che posa sul nostro collo. Ma niente.

Io proprio non posso fare a meno di vorticare tra l’oggi e il domani, tra i forse ed i vorrei, tra i se ed i ma. 

E pensavo; ma se vi domandassero il senso, voi cosa rispondereste?

Il senso del vostro essere voi; con le vostre voglie più assurde, con i vostri sbagli più gustosi e le vostre vittorie più amare?

Qual è il motivo che vi spinge ad andare oltre il limite del sopportabile, a schiaffeggiare le vostre paure, a gioire per qualcosa d’invisibile agli altri?

Non parlo di traguardi di vita, no. Ma della sensazione che si crea tra pancia e anima, cuore e pelle; la sensazione di aver trovato un tutto nel niente, di essere nel posto del mondo più confortevole che c’è, il lettone di mamma e papà per un bimbo.

Ecco, si, è proprio questo che avevo una voglia matta di chiedervi.

Qual è il vostro lettone, nel caos della vita?

Sabato

Questa dovrebbe essere una di quelle mattine in cui t’immergi lentamente nella schiuma soffice del tuo cappuccino, mentre i pensieri della settimana si allontanano con i loro passi pesanti.

Eppure non lo è.

È un sabato malinconico.

Un sabato che mi si attorciglia un po’ lo stomaco.

Un sabato di ricordi che s’infilano nelle orecchie, anche se non vuoi, sussurrandoti parole di nostalgia.

Stamattina, il colore del caffè porta la mia mente a foglie cadute, calpestate, ranicchiate in un angolo di qualche gelida porzione di mondo.

Non torneranno mai più a godere della bellezza di primavera, penso.

Ed è questo che mi ha fregato, stamattina.

Ricordi vividi di primavere passate.

Mentre io, stamattina, sono foglia d’autunno.

L’ultima sigaretta

Riflessione lampo delle 14.05.

Frugo con la mano nella tasca della giacca, apro il pacchetto, ed eccola lì: l’ultima. La sigaretta più amata e detestata da tutti i fumatori.

Avete presente quella sensazione?

È un misto tra rassicurazione profonda e terrore pungente. Che quasi non sei sicuro di fumarla subito perché poi chissà quando riuscirai a passare al tabacchi. E se tra qualche minuto ne avessi ancora più voglia? Preservo o accendo? Attendo o brucio?

Che poi non è forse questo il dubbio che ci smuove o immobilizza nella maggior parte del nostro agire?

Il principio guida della nostra generica volontà?

La domanda la cui risposta rivela in parte chi siamo?

Venerdì

È mezzanotte, ma il caffè è buono anche freddo. Quindi lo preparo ora, perché ne sento la necessità.

Stavo riflettendo su quante vite si intrecciano alla nostra, ogni giorno. A volte accade di inciampare quasi per caso in storie di vita così diverse dalla nostra, di cui inevitabilmente portiamo via con noi un piccolo ritaglio. Come un post-it. Una frase, uno sguardo che ci rimane incastrato tra le ciglia.

Spesso non ce ne rendiamo neanche conto. Poi però rientriamo a casa, nella nostra casa di sempre, ci sfiliamo le scarpe, infiliamo il pigiama, e nel ripetere gesti che sanno di quotidianità percepiamo un non so che di diverso. Un retrogusto in più.

L’uomo è un essere sociale, questo ci insegnano tra i banchi di scuola, ma c’è molto di più.

Chiunque incontreremo, anche se per caso, anche se per poco, ci regalerà qualcosa che difficilmente ci scrolleremo di dosso.

Questa è la vera magia, il vero potere del rapporto umano. Anche l’esperienza di rapporto più distruttivo che potremo sperimentare ci darà l’occasione di mettere in discussione certezze che pensavamo essere ormai consolidate.

La vita corre veloce, è fluida, malleabile. Niente è sicuro, tutto scorre. Come quando da bambini credevamo che la paura del buio non sarebbe mai passata, invece ecco che dopo anni non riusciamo più a prendere sonno se uno spiraglio di luce entra dalla finestra.

La vita è la metro delle 7.30, ci salti sopra trafelato, con lo zaino ballerino sulla spalla, e speri di trovare un posto a sedere. E stordito dal sonno non ci pensi, non pensi a quante vite ti girino intorno in quella frazione di secondo. A quante storie siedono accanto a te su quei sedili scricchiolanti.

E quanto siamo piccoli, davanti a questo. Siamo una parte infinitesimale di un miscuglio di vite che sbattono, stridono, si colpiscono e poi si dimenticano, o che non si incontreranno mai.

Ma la magia sta anche in questo, nell’ignoto.

Saliremo su altri vagoni, cammineremo per le vie di altre città, urleremo stonati tra moltissime braccia che ondeggiano a tempo di musica, e non avremo mai la piena consapevolezza della ricchezza che ci circonda.

E forse è meglio così.

Perché la continueremo a cercare nello sguardo di un incontro fortuito, nel sorriso di un passante distratto.

E sarà per noi, solo per noi, quell’attimo impercettibile di estrema bellezza.

+20

Crescendo impariamo tanto, non c’è dubbio, ma ci sono cose che un po’ per sbaglio un po’ per abitudine tendiamo negli anni a lasciare in un angolo buio, come la gioia della condivisione.

È il godere delle piccole cose, che poi piccole non sono.

È l’odore buono dei ravioli della nonna che dalle narici arriva dritto al cuore.

È il calore della crostata fatta con la mamma che nel mentre ci si lecca le dita zozze di marmellata.

Piccole grandi cose, che nel tempo diamo per scontante e che capiamo non esserlo solo quando le perdiamo.

Detto ciò, oggi mi faccio gli auguri (anche se in ritardo, scusa Fra).

Mi auguro che momenti come questi non abbandonino più la mia vita.

Mi auguro un anno di felicità ma anche di rogne, perché sennò che gusto c’è?

Mi auguro un anno di traffico romano, di serate piene e di giornate vuote, che poi tocca imparare a riempirle.

Mi auguro i caffè della domenica e il sonno del lunedì mattina.

Mi auguro la felicità che merito.

mercoledì

Ci hanno insegnato che certe parole in bocca a unafemminuccia non vanno proprio bene.
Che quella gonna troppo corta ci avrebbe potuto mettere in pericolo.
Che bisogna stare attente alla linea ma tenendo sempre in considerazione che unuomo vuole comunque “qualcosa da toccare”.
Che un bel sorriso è il trucco migliore, che la donna acqua e sapone è la piùbella, ma che con certe occhiaie andare in giro non è bene.
Che le imperfezioni ci rendono uniche, ma nella realtà dei fatti in pochi leapprezzano.
Che la donna con le palle ha un valore aggiunto, che però spesso e volentierifa una paura tale da rimanere sola.
Che nella vita bisogna avere carattere, ma neanche troppo che sennò poi sidiventa un peso.
Che ok il ciclo, le notti insonni, la spesa, le rotture di coglioni, ma ilsorriso a 32 denti al proprio uomo non lo si deve negare mai.
Che tanto all’università che ci vai a fare? Sei una donna, in fin dei conti.Hai davvero la presunzione di poter competere con gentlemen incravattati, ungiorno?
Fanculo.
Fanculo a questi canoni ideati da uomini piccoli e donne vuote che cercano diriempire la propria esistenza stendendo il tappeto rosso a stereotipiirraggiungibili, perfino per loro stesse.
Non ho il sorriso, il corpo, la gestualità o la camminata che dovrei?
Sti cazzi.
Che poi dovrei per chi?
Perché in fin dei conti, a chi dobbiamo rendere conto se non a noi stessi?Cerchiamo la felicità, cerchiamoci, sempre, ogni giorno. Reinventiamoci per chine vale la pena, accettiamoci e amiamoci, sempre.
Siamo la cosa più bella che abbiamo.