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Un buon-giorno

Hey, no, non sono stata risucchiata da nessun buco nero.

Ho preso tempo, ho perso tempo.

Giornate d’ansia pre-esame, serate umide di birra illuminate da fiamme di accendini stranamente funzionanti.

Ho dormito sotto coperte alte, scoperto posti che non conoscevo, fuori e dentro di me.

Ho iniziato a scrivere in un periodo particolare della mia vita; ho iniziato a scrivere con i polsi tremanti, scrivevo per paura, scrivevo per rabbia, scrivevo perché le parole mangiavano l’anima e dovevo liberalmente al più presto. Scrivevo per ciò che non riuscivo a dire.

Ad oggi, la paura tace.

Compagna di giornate interminabili, voce pressante nelle orecchie, peso sulle spalle.

Ad oggi, non ti sento, non ti trovo.

Probabilmente perché ho smesso di cercarti tra le crepe dei muri che io stessa ho innalzato. Probabilmente perché non sei più protagonista dei miei sogni, che poi erano incubi dorati, che poi erano mostri travestiti da sogni di gloria. Sogni di perfezioni irraggiungibili.

Ad oggi, sono un po’ più contenta della mia imperfezione.

Non mi ci sento più scomoda, non è più il sassolino nella scarpa, il boccone amaro, la nota stridula che rovina la melodia, la nuvola grigia che oscura il cielo quando alla mattina esco di casa.

Ad oggi sguazzo in ciò che non posso né voglio comprendere, in ciò che non posso raggiungere, sfiorare, cogliere.

Ad oggi l’oscurità in cui prima barcollavo culla le paure del passato, rendendole certezze del presente. Rendendole il coraggio delle piccole vittorie, la sfacciataggine giusta per l’età che ho, la voglia di fare, cambiare, rivoluzionare.

Ad oggi è un buon giorno.

Ad oggi “buongiorno.”

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Giovedì

Stavo pensando alle aspettative.

A quelle che un genitore ripone in un figlio, o viceversa.

Ma anche a quelle che sonnecchiano affianco alla nostra coscienza ogni volta che ci affidiamo a qualcuno, ogni volta che poniamo una domanda, ogni volta che in maniera implicita e latente chiediamo aiuto.

A quelle che dall’esterno ci spingono ad essere migliori, a volte, mentre altre gravano sulle nostre spalle fino a mettere in ginocchio ogni voglia di metterci in gioco. Il gioco della vita.

A quelle che insonsapevolemente abbiamo nei confronti di un futuro, nei confronti della realtà circostante, nei confronti di noi stessi.

Quelle che “vorrei diventare”, “vorrei cambiare”, “un giorno vorrei essere”.

L’aspettativa è quel qualcosa che cammina inesorabilmente su di un filo sottile.

La immagino un po’ come un funambolo; finché segue il suo cammino nell’equilibrio tra ciò che vorrei e ciò che mi è possibile ottenere, tutto procede.

Ma basta un attimo. Una frazione di secondo. “Un passo più lungo della gamba” (è proprio il caso di dirlo), e giù. Si cade. Ci si spezza le ossa.

Basta quel pensiero di troppo, quello scalino scivoloso su cui abbiamo deciso di saltare a piè pari. Basta così poco per perdere la cognizione di chi siamo e ritrovarci a franare da palazzi alti tanti piani quanto sforzo abbiamo impiegato nel salire e salire e salire, nel realizzarci.

E così ci ritroviamo a faccia in su, ad osservare la bellezza di ciò che abbiamo costruito, senza poterne più giovare.

E ci manca così tanto, quell’equilibrio perso.

Perso per quel piccolo passo di troppo, fatto per non deludere.

Per non deluderci.

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Venerdì

Avete presente quei giorni di stanchezza?

Quelli che gli occhi pesano, di parole ne rimangono poche e ogni sorriso che incurviamo è al gusto d’incoerenza?

Quei giorni in cui nulla coincide, tutto stroppia.

Quando non riconosciamo per nostri neanche i passi che muoviamo, e guardandoci passare nel riflesso di qualche vetrina quasi abbiamo il dubbio di starci muovendo davvero.

Quando gli altri sono echi lontani su cui non riusciamo a focalizzarci neanche per la durata di una conversazione. E così finiamo ad annuire con occhi vacui, che rotolano alla ricerca di un appiglio.

I nostri sguardi diventano dita avide, che necessitano emozioni nuove da grattare via dalle pareti di anime circostanti.

E ci ritroviamo nel frullatore della continua ricerca di cose che forse neanche esistono, ma che desideriamo ardentemente.

Desiderio profondo, animato dal vuoto.

Desiderio di colmare, di amare, di mare.

Quei giorni in cui abbiamo fame di vita ma al contempo ne siamo nauseati. Quei giorni infiniti. Tra la voglia e l’apatia. Tra il troppo e il nulla.

Quei giorni.

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Lunedì

Stamattina ero in fila alle poste.

Vi sono rimasta incastrata per un lasso di tempo che un individuo mediamente paziente definirebbe interminabile.

Questo però, volendone cogliere l’aspetto positivo, mi ha dato modo di riflettere.

E guardandomi intorno (rimanendo però con un occhio incollato al tabellone, che non sia mai perdi il tuo turno), ho osservato da vicino la corsa irrefrenabile che scandisce le nostre giornate.

Corriamo, corriamo da quando posiamo i piedi giù dal letto a quando li ritiriamo sotto le coperte.

E se qualcosa ostacola la nostra corsa, come un numeretto che non appare mai, andiamo in tilt.

Che poi, vorrei sapere, ma dove dovremmo mai andare? Dov’è che corriamo? Perché ci affanniamo?

Mentre mi ponevo queste domande, con lo stomaco che iniziava a maledirmi per non aver portato con me il pranzo, scrutavo quel vastissimo ritaglio d’umanità che avevo attorno. Così vasto ed eterogeneo da poterne ricavare un qualche studio antropologico.

E quindi eccolo lì, il pensionato dal berretto stropicciato che ci fa perdere il verde al semaforo.

Poi c’è lei, la mamma appena uscita dalla palestra, quella che mentalmente sta già organizzando la cena di Natale e il pranzo di Santo Stefano.

E loro, i ragazzini paffuti dal profumo di mensa scolastica, che cercano disperatamente di capire cosa sia un bollettino.

Trascorsa la prima ora d’attesa (non sto esagerando, ma questo lo sapete già), la vera essenza d’ognuno di noi si è magicamente palesata.

Ammetto di non aver provato simpatia per tutti i miei compagni di sventura; mi è risultato anzi molto difficile riuscire ad empatizzare con l’urlatrice dello sportello 6 (lo so signora, la responsabilità è del mittente, lo abbiamo capito, stanno cercando di risolvere, si dia pace) così come con l’impiegata che poco voleva impiegarsi che mi ha “servito”.

Quando poi sono tornata alla vita, immergendomi nella brezza ormai pomeridiana, ho messo a fuoco il pensiero che nel frastuono non riuscivo ad ascoltare.

A volte forse dovremmo fermarci.

Non necessariamente in un ufficio postale, sia ben chiaro.

Ma a volte dovremmo fermarci. Smettere di correre. Ascoltare. Ascoltarci. Cogliere.

Dovremmo prendere fiato.

Che il bello sta anche nelle lunghe file, nei posti scomodi in cui sedersi.

Dovremmo tacere, di tanto in tanto, la nostra innata voracità, che silenziosa porta il gusto via con se.

Dovremmo assaporare.

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Sabato

Questa dovrebbe essere una di quelle mattine in cui t’immergi lentamente nella schiuma soffice del tuo cappuccino, mentre i pensieri della settimana si allontanano con i loro passi pesanti.

Eppure non lo è.

È un sabato malinconico.

Un sabato che mi si attorciglia un po’ lo stomaco.

Un sabato di ricordi che s’infilano nelle orecchie, anche se non vuoi, sussurrandoti parole di nostalgia.

Stamattina, il colore del caffè porta la mia mente a foglie cadute, calpestate, ranicchiate in un angolo di qualche gelida porzione di mondo.

Non torneranno mai più a godere della bellezza di primavera, penso.

Ed è questo che mi ha fregato, stamattina.

Ricordi vividi di primavere passate.

Mentre io, stamattina, sono foglia d’autunno.