Lunedì

Stamattina ero in fila alle poste.

Vi sono rimasta incastrata per un lasso di tempo che un individuo mediamente paziente definirebbe interminabile.

Questo però, volendone cogliere l’aspetto positivo, mi ha dato modo di riflettere.

E guardandomi intorno (rimanendo però con un occhio incollato al tabellone, che non sia mai perdi il tuo turno), ho osservato da vicino la corsa irrefrenabile che scandisce le nostre giornate.

Corriamo, corriamo da quando posiamo i piedi giù dal letto a quando li ritiriamo sotto le coperte.

E se qualcosa ostacola la nostra corsa, come un numeretto che non appare mai, andiamo in tilt.

Che poi, vorrei sapere, ma dove dovremmo mai andare? Dov’è che corriamo? Perché ci affanniamo?

Mentre mi ponevo queste domande, con lo stomaco che iniziava a maledirmi per non aver portato con me il pranzo, scrutavo quel vastissimo ritaglio d’umanità che avevo attorno. Così vasto ed eterogeneo da poterne ricavare un qualche studio antropologico.

E quindi eccolo lì, il pensionato dal berretto stropicciato che ci fa perdere il verde al semaforo.

Poi c’è lei, la mamma appena uscita dalla palestra, quella che mentalmente sta già organizzando la cena di Natale e il pranzo di Santo Stefano.

E loro, i ragazzini paffuti dal profumo di mensa scolastica, che cercano disperatamente di capire cosa sia un bollettino.

Trascorsa la prima ora d’attesa (non sto esagerando, ma questo lo sapete già), la vera essenza d’ognuno di noi si è magicamente palesata.

Ammetto di non aver provato simpatia per tutti i miei compagni di sventura; mi è risultato anzi molto difficile riuscire ad empatizzare con l’urlatrice dello sportello 6 (lo so signora, la responsabilità è del mittente, lo abbiamo capito, stanno cercando di risolvere, si dia pace) così come con l’impiegata che poco voleva impiegarsi che mi ha “servito”.

Quando poi sono tornata alla vita, immergendomi nella brezza ormai pomeridiana, ho messo a fuoco il pensiero che nel frastuono non riuscivo ad ascoltare.

A volte forse dovremmo fermarci.

Non necessariamente in un ufficio postale, sia ben chiaro.

Ma a volte dovremmo fermarci. Smettere di correre. Ascoltare. Ascoltarci. Cogliere.

Dovremmo prendere fiato.

Che il bello sta anche nelle lunghe file, nei posti scomodi in cui sedersi.

Dovremmo tacere, di tanto in tanto, la nostra innata voracità, che silenziosa porta il gusto via con se.

Dovremmo assaporare.

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16 pensieri riguardo “Lunedì

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