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Equi-libro

Tante volte ci sarà capitato di sentire frasi del tipo:“la cosa più difficile è trovare una via di mezzo”; il così detto giusto equilibrio.

Viviamo nella società dell’eccesso, che grava con il proprio peso anche negli ambiti più basilari. Come ad esempio il nostro modo di esprimerci.

La comunicazione odierna spesso s’impadronisce di termini che definirei esagerati.

Tendiamo a sfondare muri utilizzando vocaboli fortemente sopra le righe, con lo scopo d’innalzare così il livello emozionale del nostro messaggio.

Muri, il più delle volte i nostri interlocutori sono veri e propri muri. Cataste di mattoni incastrati tra loro, saldati probabilmente dagli eccessivi stimoli esterni che costantemente ci bombardano.

E quindi ci ritroviamo ad esprimerci in maniera spropositata, a gracchiare vocaboli sguaiati, nella speranza di ricevere ascolto.

Come se lo “stare male” non fosse più abbastanza, come se servisse sentirsi “distrutti” per riuscire a valicare la lastra di pietra che riveste la percezione dell’altro.

Cerchiamo empatia e vicinanza emotiva quando spesso non riusciamo più neanche a comunicare con noi stessi, a sentirci, perché troppo impegnati ad ascoltare la vita fuori dalla finestra. Troppo concentrati sullo scorrere di mode, stereotipi e convinzioni.

Ci adeguiamo, cerchiamo di accomunarci per non stonare quanto un pois su di una camicia a righe.

Ed ecco che eccediamo, ci tessiamo sulla pelle una personalità che possa stare al passo con i tempi, che sia composta dal giusto dosaggio d’insensibilità e sfrontatezza.

La stessa che ci permette di comportarci ed esprimerci nella modalità più socialmente accettata, quella che ci rende consoni alle situazioni. Quella che ci rende “tipi giusti”.

Quella che storpia l’equilibrio delle nostre parole, che sposta il baricentro del nostro linguaggio.

Eppure basterebbe poco, per liberarci dalla schiavitù del troppo.

Basterebbe ricordare la libertà che pacatezza ed equilibrio possono concederci. Nella nostra gestualità, nel dialogo con noi stessi e con gli altri.

Doti antiche grazie alle quali potremmo equi-liberarci.

Potremmo scrivere in maniera diversa il dialogo che contraddistingue il nostro rapporto con il mondo.

Potremmo scrivere il nostro equi-libro.

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Martedì, EBBASTA SBRANARCI!

Gironzolando sul web non ho potuto evitare di buttare l’occhio sulla quantità di botta e risposta riguardo all’accaduto.

Mi riferisco alla tragedia consumatasi al concerto del cantante trap Sfera Ebbasta, lo scorso venerdì sera.

Mi ritengo sinceramente dispiaciuta per le vittime della strage, e avendo un fratellino coetaneo dei ragazzi coinvolti percepisco con vicinanza emotiva la sofferenza delle famiglie.

Detto ciò, a sconfortarmi ulteriormente, sono stati i continui battibecchi che stanno alimentandosi sul web dalla fatidica sera.

È iniziata, forse involontariamente, una battaglia giovani vs generazioni del passato a cui non trovo senso alcuno.

Ci si colpevolizza vicendevolmente, come se la colpa di tanto orrore dovesse necessariamente essere affibbiata a qualcuno.

Non lo trovo giusto soprattutto dal punto di vista umano della faccenda, il quale spesso frastornati dall’uso (o meglio abuso) che i media fanno dell’oggetto di dolore tendiamo a lasciare un passo indietro.

Ho scelto appositamente la parola oggetto per sottolineare ulteriormente la facilità con la quale la fine di giovani vite umane diventi argomento di commenti su Facebook, di dispute sul “chi ha fatto peggio”.

Moralisti di tutte le età cercano di trovare spiegazione a fatti come questo sputando giudizi universali.

Sentenze sancite dal ticchettio di tastiera, dietro alla quale immagino seduto il tipico italiano medio, contornato dalle sue false certezze, mentre sorseggia una tisana al gusto d’ipocrisia.

Dal dolore non dovrebbe nascere asperità, dalla sofferenza non dovrebbe innalzarsi un grido di guerra.

Eppure viviamo in una società in cui la notizia crea fazioni, non pensieri.

In cui chi pensa di essersi fatto un’idea ha la prepotente arroganza di ritenersi portatore della giusta parola.

In cui idee contrastanti non generano dialogo, ma lo abbattono.

In cui ci si chiude nella propria bolla d’ignoranza perché non si ha neanche l’umiltà di chiedersi cosa esista al di fuori.

È comodo, molto comodo puntare il dito verso l’immagine di un volto tatuato, verso una generazione di ragazzini che bruciano le tappe come fossero sigarette (o altro), o d’altra parte verso genitori che non sono stati capaci di trasmettere valori (come il semplice, a dirsi ma non a farsi, rispetto per l’altro).

Io non ho idea del motivo per il quale tanta brutalità ci colpisca alle spalle, a volte. Né tanto meno del perché stavolta abbia scelto di farlo nelle vesti di spray urticante.

Ma so che non sarà sparandoci addosso che ovvieremo alle problematiche della nostra attualità.

Quindi, consiglierei ai nostri amanti delle lotte clandestine sul web, di riposare indici e giudizi in tasca, o dove meglio credono.

Saper stare al proprio posto, quando occorre, fa bene all’anima.