In evidenza

Caffè amaro

Quel giorno per restarti seduta accanto cinque minuti in più ho saltato la mia fermata. Io che su quel regionale non c’ero neanche mai salita.

Ricordo il tuo ginocchio, saltellava nervoso sotto la mia presa. E ricordo che non mi guardasti neanche in faccia, forse per paura. Paura di me, pensavo. Col senno di poi avrei capito che l’unico di cui avevi realmente paura era il ragazzo che scese con te dal treno, che venne con te a casa, e con cui convivrai tutti i giorni della tua esistenza.

Già.

È stato facile lasciare me. Lasciarmi incasinata, frastornata, divorata dai miei demoni.

Abbandonarmi come un pacchetto di fazzoletti vuoto, un biglietto dell’autobus timbrato.

Ti sei alzato e a passo svelto sei uscito da quel vagone, ed insieme alla giacca di sempre ti sei infilato addosso anche l’illusione di poter scaricare così il male che ti affliggeva.

Mi ti immagino, sai?

Avrai anche tirato un sospiro di sollievo, avanzando passo dopo passo verso la macchina rossa di tua madre. Pensavi fosse finita. Avevi vinto. Stavi salvando la tua vita, niente più dolore. Ed è esilarante come questa convinzione tu l’abbia tenuta stretta nella tasca dei jeans per mesi.

Poi sei cresciuto. Forse ti sei alzato di qualche centimetro. E così quei pantaloni grigi che mi piacevano tanto hanno cominciato a starti stretti. Li hai dovuti buttare. Indossarne un paio nuovo. Taglia da adulto.

E penso a te, in quei primi giorni in cui ti sarai reso conto del peso di ogni scalino, della fatica di sfilarsi quei pantaloni nelle sere di pioggia, quando bagnati si appiccicano alla pelle e non vogliono lasciarti andare.

Penso a te rannicchiato nel letto, con lo sguardo che ruzzola tra ricordi da evitare, stipati sul fondo di un cassetto che non apri mai, insieme ai miei regali.

Penso a quel maglione rosso. Che quando lo mettevi ti stava un po’ largo, ma aderiva al mio cuore quando ci sorridevi dentro.

Penso a quanti pugni avrai dovuto tirare al tuo mondo, al tuo modo di vedere le cose. Quante botte avrai preso dalla realtà, quando cruda ti si è palesata. Forse mentre eri seduto tra amici, forse tra una passaggio di pallone e un esame all’università. Forse tra uno sbadiglio in metro e un tasto nero della tastiera.

Che quando sento un pianoforte suonare i miei occhi non vedono altro che l’azzurro della tua stanza; lo stesso del cielo quel giorno a Napoli.

Te lo ricordi il cielo di Napoli? Ti ricordi che mesi dopo poi, lo siamo andati a cercare a Firenze? E no, non lo abbiamo trovato.

Grigio; tutt’intorno, tu.

Mi abbracciavi e poi sparivi tra lenzuola ruvide. E ci siamo graffiati la pelle. Ci siamo graffiati le vite.

E abbiamo capito tutto e non abbiamo capito niente. E ci siamo stretti forte per poi spingerci lontanissimo.

Ci siamo dati la rincorsa per poi gettarci ai lati opposti del vuoto.

Ci siamo detti tanto per poi non dirci più nulla.

Come quel giorno, quell’ultimo viaggio in treno.

Poteva essere un cenno della mano, un’alzata di spalle, uno sguardo.

Potevi salutarmi in tanti modi mentre mi scortavi alla porta d’uscita della tua vita.

Potevi.

Ma tu, semplicemente, hai scelto di non farlo.

In evidenza

Cara me,

Volevo chiederti scusa.

Per tutte le gabbie dentro alle quali ti ho rinchiusa, per tutte le notti in cui ti ho tormentato di pensieri, per tutto l’amore che avrei dovuto darti e che invece ti sei ritrovata ad elemosinare da chi a malapena conosceva il suono della tua voce.

Per le canzoni che non ti ho permesso di cantare, le parole che non ti ho concesso di pronunciare.

Per la rabbia, il rancore, il rammarico in cui ti ho fatto vacillare. Lasciandotici barcollare. Lasciando che il buio ti avvolgesse come gli abbracci da cui ti ho fatto scappare.

Per la serenità di cui non sono riuscita a farti godere, per i momenti vissuti a metà.

Per non aver mai creduto che saresti riuscita a concludere più del nulla, per non averti mai ritenuta all’altezza.

Oggi ti libero; spalanco le finestre della vita e lascio che il calore t’inondi di tutto ciò che può esserci di bello.

Ti libero perché meriti le lunghe corse a piedi scalzi verso il mare e le infinite risate che poi quasi ti fa male la pancia.

Ti libero perché non è colpa tua, non lo è mai stata.

Ti libero perché sono l’unica a poterlo fare.

Ti libero perché oggi ti voglio il bene che non ti ho mai voluto.

Ti libero perché ti ho incontrata stanotte, tra i miei sogni stropicciati; avevi gli occhi stanchi e non sapevi più di casa.

Mi ha fatto paura, vederti così. Ho avuto difficoltà anche nel farlo, per quanto piccola eri. Ti ho presa tra le braccia e ho pianto le tue lacrime, mentre con le dita solleticavo le corde delle tue paure. Ne facevo una ninnananna.

Ti libero perché oggi ti amo.

Ti libero perché oggi non sei più sola.

Ti libero perché oggi siamo.

In evidenza

Domenica

Sonno. C’è il cane da portare giù. Ma io ho sonno.

E va a finire che è lui a trascinare me giù per le scale. E che vaghiamo nel silenzio delle nostre strade. Silenzio. Bastardo il silenzio.

Silenzio che alle 9.50 di stamattina ha partorito in me la tua mancanza.

Mi manchi”

E che significa? Cos’è che rende presente la mancanza di te, che sei passato?

Sarà forse che ricordo perfettamente come muovi le mani. Che i tuoi pensieri vibravano come i miei, e quando s’incontravano facevano a pugni. Che abbiamo visitato posti, urlato, mangiato e sospirato insieme. Che conosco la forma dei tuoi sogni. Il rumore di ciò che non dici. La fattezza delle tue paure.

Sarà che il caffè più buono l’ho bevuto con il tuo sguardo posato addosso, e quando a volte penso di non ricordarmene più il sapore ecco che s’intromette tra le labbra.

Sarà che ti odio perché vorrei lasciar cadere ogni ricordo tra le fessure di un tombino, lanciarlo nel secchio sotto casa, ma so che rimarrebbe comunque qualcosa d’incastrato tra le dita. Qualcosa di attaccato alla parete del cuore.

E allora ricordo; ti lascio vivere, ti lascio spazio. Poi come nulla fosse te ne vai, ed io ripiombo nel presente.

Dove, ad attendermi, la mancanza di te.