Stavo pensando alle aspettative.
A quelle che un genitore ripone in un figlio, o viceversa.
Ma anche a quelle che sonnecchiano affianco alla nostra coscienza ogni volta che ci affidiamo a qualcuno, ogni volta che poniamo una domanda, ogni volta che in maniera implicita e latente chiediamo aiuto.
A quelle che dall’esterno ci spingono ad essere migliori, a volte, mentre altre gravano sulle nostre spalle fino a mettere in ginocchio ogni voglia di metterci in gioco. Il gioco della vita.
A quelle che insonsapevolemente abbiamo nei confronti di un futuro, nei confronti della realtà circostante, nei confronti di noi stessi.
Quelle che “vorrei diventare”, “vorrei cambiare”, “un giorno vorrei essere”.
L’aspettativa è quel qualcosa che cammina inesorabilmente su di un filo sottile.
La immagino un po’ come un funambolo; finché segue il suo cammino nell’equilibrio tra ciò che vorrei e ciò che mi è possibile ottenere, tutto procede.
Ma basta un attimo. Una frazione di secondo. “Un passo più lungo della gamba” (è proprio il caso di dirlo), e giù. Si cade. Ci si spezza le ossa.
Basta quel pensiero di troppo, quello scalino scivoloso su cui abbiamo deciso di saltare a piè pari. Basta così poco per perdere la cognizione di chi siamo e ritrovarci a franare da palazzi alti tanti piani quanto sforzo abbiamo impiegato nel salire e salire e salire, nel realizzarci.
E così ci ritroviamo a faccia in su, ad osservare la bellezza di ciò che abbiamo costruito, senza poterne più giovare.
E ci manca così tanto, quell’equilibrio perso.
Perso per quel piccolo passo di troppo, fatto per non deludere.
Per non deluderci.

